Lo Stretto di Hormuz è un passaggio di pochi chilometri, ma di importanza straordinaria per l’economia mondiale. Viene spesso definito uno “choke point”, poiché collega il Golfo di Oman al Golfo Persico e rappresenta un punto di snodo obbligatorio, per il transito di materie prime essenziali come petrolio e gas naturale. Attraverso questo stretto passa ogni giorno tra il 20% e il 30% del petrolio mondiale – oltre 20 milioni di barili al giorno – insieme a una quota significativa di gas naturale destinato principalmente ai mercati europei e asiatici. Basta una minima interferenza per far tremare i mercati, come se il mondo stesso fosse appeso al respiro di queste correnti marine. La chiusura dello Stretto, decisa recentemente dalle autorità iraniane in risposta agli attacchi subiti, ha già provocato un aumento dei prezzi energetici e alimentari in tutto il mondo, soprattutto in Europa. È impressionante quanto un luogo così piccolo possa avere un peso tanto enorme: un promemoria concreto di quanto l’interdipendenza globale sia delicata. La situazione ricorda altre crisi petrolifere del passato, ma questa volta l’impatto potenziale appare ancora più ampio. Se la Cina (principale importatrice dell’area), dovesse subire un blocco prolungato delle forniture, l’effetto domino sull’inflazione globale sarebbe inevitabile e probabilmente devastante. Nella storia contemporanea, nonostante le minacce ricorrenti di Teheran di chiudere lo Stretto come leva geopolitica, il passaggio non è mai stato completamente interrotto. L’attuale crisi rappresenta dunque un punto di svolta: un evento che costringerà molti Paesi a rivedere le proprie strategie energetiche, ma anche il proprio concetto di sicurezza economica. In fondo, lo Stretto di Hormuz non è solo un luogo sulla mappa: è un simbolo di quanto la nostra stabilità quotidiana dipenda da equilibri lontani, fragili e spesso invisibili. E questa crisi ci ricorda che basta poco, pochissimo, perché questi equilibri si spezzino. Queste tensioni mostrano come questo scenario non sia più soltanto “teorico”.
Francesco Mannarini

